Seconda canna del Frejus

Un diaframma simbolico

Lo scorso 17 di novembre, alla presenza delle autorità schierate e nell’apparente silenzio del popolo NoTAV (appena una decina di persone avrebbe tirato fuori dalla naftalina i vessilli NoTIR), è stato fatto cadere l’ultimo diaframma del nuovo tunnel del traforo del Frejus. Non inganni il gioco di parole: si tratta in effetti di una galleria tutta nuova, scavata in tempi tutto sommato brevissimi, che affianca quella stradale del 1979 e presto sarà percorribile nel verso Italia – Francia.

Sul velo di roccia che restava simbolicamente da scavare, la scritta vergata dall’impresa non lasciava dubbio alcuno: “Seconda canna del Frejus”, con tanti saluti alla riduzione del traffico su gomma e alla Convenzione delle Alpi. Ma cosa significa? Un passo alla volta.

Il trattato aggirato?

La Convenzione delle Alpi “è un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera) e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile e tutelare gli interessi della popolazione residente, tenendo conto delle complesse questioni ambientali, sociali, economiche e culturali”; contiene misure generali a favore dello sviluppo sostenibile nell’arco alpino.

Una decina di protocolli contengono misure specifiche di attuazione e le iniziative concrete da intraprendersi in ambiti come pianificazione territoriale, tutela del paesaggio, agricoltura e foreste, energia, turismo, difesa del suolo. E trasporti.

Il protocollo Trasporti, firmato dall’Italia nel 2000, ha compiuto gli ultimi due definitivi passaggi… nel 2013! Quasi 13 anni sono occorsi all’Italia per decidere di approvare in via definitiva questo protocollo. Perché? Perché propone contenuti evidentemente ritenuti scomodi. Per farla molto breve, vieta per esempio agli Stati firmatari di realizzare nuove opere stradali di comunicazione transfrontaliera in tutto l’arco alpino.

Il primato della sicurezza

Orbene, come si concilia tutto questo con l’inaugurazione della nuova canna? Coi sofismi, naturalmente. In principio fu “la galleria di sicurezza”, cioè un nuovo buco sì, ma per far circolare i mezzi di emergenza, far defluire le persone al riparo dei fumi nocivi in caso d’incendio, etc. Tutto vero: gli studi sui -purtroppo anche recenti- incidenti nei tunnel hanno dimostrato che è la soluzione migliore. A un certo punto qualcuno però si insospettì e chiese per quale motivo si stava scavando il buco con un diametro di circa 8 metri. La risposta fu che, mentre si scavava, tanto valeva farlo per bene. E così fu svelato l’inghippo: l’obiettivo vero era la seconda canna.

Va detto, per sgombrare il campo fin da subito, che –come accennato- dal punto di vista della sicurezza si tratta di una scelta ineccepibile. Vorrei spingermi a dire condivisibile. Il transito monodirezionale è la soluzione ad oggi (ad oggi!) più sicura. Asserendo poi che lo spazio residuo delle gallerie sarà interamente occupato dalle corsie di emergenza, ecco aggirata anche la Convenzione delle Alpi: la capacità del nuovo tunnel non aumenterà di un solo mezzo (dicunt). Quello che non si dice, ma si sa, è che i tempi di attesa per i mezzi pesanti si ridurranno drasticamente, con grande gioia di tutti. Di tutti?

 Strategie a perdere

Il movimento NoTAV proprio gioire non può. Tra i suoi errori più evidenti, a livello comunicativo, va annoverato anche questo: la incapacità di smarcarsi dai sospetti di collusione con gli interessi autostradali. Apparentemente troppo morbidi sul nuovo tunnel per auto e camion, nonostante un’anima ecologista che lotta contro la devastazione della Valle; alcuni importanti leader dipendenti della società SITAF; un complessivo scarso radicamento in Alta Valle, preoccupata molto di più delle ricadute turistiche dei blocchi stradali.

In definitiva è stata un’occasione sprecata per chiarire meglio le proprie posizioni e le proprie battaglie ambientaliste, basate su criteri anche molto chiari. E giusto per rimettere ordine tra le priorità, già che la convivenza con l’ala anarchica più dura, alla gente per bene e che ci crede, ha creato non pochi imbarazzi.

 

Paolo Picco

 

Photo by Paolo Picco

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