Parigi Torre eiffel

Credo che l’attentato di Parigi abbia portato l‘Europa ad interrogarsi nuovamente sulla sua natura e sul senso profondo della comunità che rappresenta.

Quello che è successo dopo l’attentato terroristico del 7 gennaio 2015 ha portato i governi e, soprattutto, il popolo europeo a riflettere sulle priorità. In Europa negli ultimi anni non si è fatto altro che parlare di strategie economico/commerciali, di sanzioni e di premi, di inclusione o esclusione di stati, di regolamenti e cavilli di vario genere.

È però, secondo me, mancata una visione del piano generale. Nell’azione della Comunità Europea è mancato, sostanzialmente, il riferimento al perché essa è una comunità.

Un percorso interrotto.

L’idea di un’unione politica europea nasce dopo un preciso periodo e con un preciso scopo: dopo la seconda guerra mondiale e con l’ambizione di creare un’Europa libera e unita.

La seconda guerra mondiale ha visto l’Europa divisa in due. Ha visto una guerra tra nazioni e a volte, come nel caso dell’Italia, una guerra tra fazioni ideologiche. Questa divisione è rimasta anche dopo il termine del conflitto, con la conseguente Guerra fredda. Per questo si è pensato a un modo per ricostruire il continente europeo senza ricadere in una terza guerra mondiale.

Gli Stati Uniti d’America, per la parte d’Europa sotto la loro influenza, hanno proposto una soluzione economica tramite il Piano Marshall. Fin da subito i migliori statisti del nostro continente hanno invece capito che non sarebbe bastato un piano di aiuti economico, ci voleva qualcosa di più: un’unione sociale, culturale e politica. Il tutto rispettando le culture e la storia del continente europeo.

Io credo che ai padri fondatori fosse ben chiaro che i nemici degli europei e dell’Europa fossero le divisioni fra gli stati e le dottrine nazionaliste. Esse avevano portato a credere che ciascuna “nazione” potesse farcela da sola dominando sulle altre, esse ci avevano portati vicini all’autodistruzione.

La deriva delle autonomie.

In questi ultimi anni, forse a causa della crisi, forse a causa di un precedente benessere diffuso, forse a causa della presunzione di aver raggiunto gli obietti prefissati, l’Europa e gli europei hanno ricominciato a pensare di poter bastare a sé stessi.

In questi ultimi vent’anni ho visto crescere in Europa una forma di cultura molto simile alle derive nazionaliste degli anni ‘20 e ’30: i localismi, le cosiddette autonomie.

Queste nuove ideologie hanno creato in Europa delle aree esclusive che si pensavano autosufficienti. La crisi economica ha poi dimostrato che non lo erano.

Credo che l’avere avuto in questi anni un’Europa suddivisa in tanti localismi non le abbia permesso di affrontare, con sufficiente autorevolezza e rapidità, le nuove sfide che si andavano man mano proponendo su scala mondiale.

Ed eccoci così arrivare al 7 gennaio 2015 con una struttura europea non in grado di incidere significativamente nei grandi processi del nostro tempo perché svuotata di potere rappresentativo.
Un senso comune ritrovato.

Com’è chiaro ai più, l’attentato di Parigi ha fallito nel compito di mettere a tacere il settimanale satirico Charlie Hebdo dandogli invece una cassa di risonanza planetaria.

Io ritengo che un altro effetto collaterale, meno visibile, ma che si sta pian piano affermando in queste ore, è quello di esser riuscito là dove nemmeno la crisi economica era riuscita: risvegliare l’Europa dal suo torpore.
Gli eventi di questi giorni hanno nuovamente indicando qual’è la strada per un’unità che potrà finalmente dirsi compiuta: trasformare l’Europa degli stati in quell’Europa libera e unita già pensata da Spinelli, Rossi, Colorni e Hirschmann nel loro Manifesto di Ventotene.

Una sfida sicuramente più bella e appassionante che non quella del trovare il giusto equilibrio tra PIL e deficit pubblico.

11 gennaio 2015: nasce l’Europa.

Cos’è cambiato? I fatti drammatici di Parigi hanno visto, in tutte le principali città europee, scendere in piazza milioni di persone.

La piazza è stata il luogo per esprimere solidarietà alle vittime degli attentati, ma è anche stata il luogo per rivendicare l’appartenenza a un’identità culturale comune chiamata Europa.

Un’Europa che a prescindere dal credo religioso, sociale, politico, è garante delle libertà dei suoi cittadini, prima fra tutte la libertà di espressione.

Queste manifestazioni hanno visto milioni di cittadini identificarsi finalmente in valori comuni. Questi valori vanno ben al di là della moneta comune o dei trattati fra i singoli stati.

In piazza siamo sì scesi come francesi, tedeschi, italiani, spagnoli e portoghesi, inglesi e irlandesi, belgi e olandesi e lussemburghesi, danesi, svedesi, finlandesi, polacchi, sloveni e croati, greci, cechi e slovacchi, rumeni, bulgari e austriaci, ma non come singoli cittadini di singoli stati. Per la prima volta tutti abbiamo visto minacciati i nostri valori condivisi, ne abbiamo avuta consapevolezza e abbiamo manifestato per difenderli.

Per la prima volta tutti ci siamo sentiti parte di un’unica nazione: l’Europa.

La nuova sfida: costruire l’Europa dei diritti e della libertà.

La manifestazione di Parigi ha visto i governanti di tutti i paesi europei e di tutte le istituzioni europee marciare uniti, ma come ben sappiamo questo non basterebbe ad affermare un’unità d’intenti comune e duratura.

A rafforzare quell’immagine ho visto quella di un popolo europeo che è sceso in piazza insieme ai suoi governanti. Seppure in migliaia di piazze differenti, tutti hanno rivendicato una piena appartenenza ai valori europei e all’identità europea.

Ritengo che queste due immagini insieme saranno negli anni a venire il simbolo di un’identità culturale e politica ritrovata. Daranno nuova forza alle azioni politiche su scala europea, daranno nuova forza e credibilità all’Europa su scala mondiale.

Solo un’Europa così unita potrà difendere le libertà dei sui cittadini, e della comunità, Europea, a cui appartengono. Solo un’Europa così unita avrà una sua identità autorevole e riconosciuta nelle sfide del nostro tempo.

In ultima analisi sono sicuro che mantenere e rafforzare quest’identità Europea è diventata ora la nostra priorità. Richiederà l’impegno di tutti i governi e, soprattutto, di tutti noi europei, ciascuno con le sue uniche qualità.

Solo così riusciremo nel compito di trasformare questa brutta e acerba Europa delle regole e della burocrazia, nella bella e matura Europa dei diritti e della libertà. Solo così riusciremo a trasformare l’Europa da un’istituzione a una nazione, da un ufficio polveroso a una casa che sia culla di tutti gli europei.

Alfredo M. Cibrario

 

Photo by Taylor Miles

 

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