L’utopia possibile

2
1664

La questione è annosa. Ma riemerge con una costanza stupefacente nella quotidianità della nostra vita pubblica, nazionale e continentale. La questione è il rapporto, nella vita delle democrazie, tra direzione e confronto. Ed è lì che risiede, alla fine, il senso profondo della democrazia come sistema di governo.

Di fatto, lo stallo delle democrazie occidentali, che si era già manifestato nei suoi elementi essenziali tra anni ’60 e ’70, nell’era del pensiero unico neoliberista si è ampliato e approfondito. Anzi ha raggiunto il suo massimo grado proprio in seguito al suo trionfo sul sistema totalitario socialista.

Petrini (Slowfood) e Zamagni parlano di crisi entropica riferendosi all’intero sistema economico-sociale. La democrazia è l’anello debole di questo sistema in crisi.

Colin Crouch ha introdotto, nel 2003, il concetto di “postdemocrazia”, individuando nella perdita di qualità dei sistemi democratici a fronte di una loro più ampia diffusione in termini quantitativi il “male oscuro” dell’Occidente. Di fatto, i partiti (e quindi i governi, i parlamenti e le istituzioni in genere) sempre più deboli di fronte alle lobby, non hanno perso il loro ruolo, ma ne hanno ridotto il campo alla gestione e alla autoperpetuazione attraverso il meccanismo del marketing politico, mutuato dalla cultura dominante e da questa sostenuto come criterio unico di giudizio.

Se ci mettete anche la decadenza del principio edipico e dell’etica, l’affermarsi della cultura del narcisismo (Christopher Lasch) e della società liquida (Zygmunt Bauman), il deperimento delle strutture sociali e soprattutto del principio comunitario, allora il quadro è pressoché completo.

Attenzione: la mutazione è compiuta, è nei fatti. Non si tratta di tornare indietro o di rimpiangere un passato che aveva molti limiti. Si tratta invece di riconoscere la mutazione e di denunciarne le mancanze. E la mancanza più profonda è proprio sul fronte della vita associata, della vita comune.


Non è un caso, dunque, che l’Europa sia dominata dai particolarismi nazionalistici: dalla questione fiscale a quella militare, dall’assenza di una politica economica comune alle infinite trattative su bilancio e Pac. I partiti, anche quelli più europeisti, finiscono con il reggere il sacco ai governi che lavorano per le lobby nazionali o internazionali. Il resto sono belle dichiarazioni.

Non è un caso dunque che in Italia Berlusconi abbia ancora, nonostante il tracollo del suo governo, il ruolo del dominus. Non è neppure un caso che il suo avversario tradizionale, il Pd, stia soccombendo sotto il peso delle lacerazioni che ne testimoniano la irrisolta natura di “partito-ponte-verso-qualcosa-che-ancora-non-è-nato” (ancora la Cosa, sempre la Cosa…) appesantita dalle scorie (mentre si perde il meglio) delle culture politiche originarie: il primato organizzativo e burocratico del vecchio Pci, l’ossessione per il potere che ha strozzato la Dc, il radicalismo giustizialista di marca azionista (che pure è un po’ comprensibile, almeno come reazione allo spregio del principio di uguaglianza di fronte alla legge).

Infine non è un caso che il principale avversario di Berlusconi, leader insuperato degli ultimi vent’anni di storia della postdemocrazia italica, sia un altro monstrum televisivo, un autentico fenomeno: Beppe Grillo, anche quando appare sincero in alcuni afflati, resta infatti un leader televisivo che ha scelto Internet come strumento per governare le assenze dal video, ma che parla il linguaggio della tv e opera secondo un modello populista. Non a caso nel M5S sta emergendo, in modo confuso e incerto, questo scontro tra populismo e civismo. Ed è uno scontro che attraversa tutti i partiti, almeno quelli che si pongono il problema del bene comune.

Pierluigi Bersani, nel suo addio alla direzione nazionale del Pd, richiamò l’assenza di un “principio d’ordine”. È un punto che dice insieme, a mio avviso, la sua indiscutibile qualità umana e la sua inadeguatezza come leader. Bersani ha avuto ragione a denunciare il problema (nelle aule parlamentari non ci comporta così…), ma non si è accorto che si tratta di un sintomo: l’assenza di un “principio d’ordine” in Parlamento è infatti il sintomo dell’assenza di un “senso comune” nella vita del Pd e in generale nella vita della politica italiana.

A cosa servono i partiti se non ad elaborare un senso comune che si fa linea politica? Il Pd, che più degli altri ha rivendicato questo ruolo di collettore politico, ha in realtà rinunciato da tempo a questa faticosa ricerca del confronto. Vi hanno rinunciato, soprattutto, le sue classi dirigenti. D’altronde il riferimento “al bene della ditta” usato in funzione antirenziana diceva già tutto.

Ecco, invece, proprio il confronto è il nodo cruciale. Nessun partito può dirsi davvero democratico se non educa al confronto. Il confronto paziente, fedele a un impegno comune, che si traduce in disciplina comune (ancora meglio, in capacità di auto-disciplinarsi di ogni membro) in funzione non tanto di un obiettivo quanto di un “sentire insieme”, di un metodo, di uno stile da testimoniare al Paese.

Il confronto vero, quello che è, insieme, cooperativo e competitivo, sceglie e include allo stesso tempo.

La democrazia ha bisogno di processi educativi. Anzi, la democrazia è un processo educativo. È infatti un sistema di governo fragile, inefficiente e limitato. Per questo è meglio di tutti gli altri. Il senso del limite è la sua logica di fondo.

Da lì occorre ripartire, a mio avviso, e dal concetto di fraternità. Confronto e fraternità sono i due concetti chiave per rilanciare la democrazia. E sono i concetti che consentono di valorizzare anche la categoria della direzione, sottraendola all’asservimento tecnocratico in cui è caduta.

A mio avviso, la ricostruzione di un senso comune (e dunque anche di strutture sociali che favoriscano questa dimensione) attraverso il confronto e la promozione della fraternità (laica e repubblicana) è il presupposto al ritorno del bene comune al centro della vita delle estenuate democrazie occidentali e dunque alla capacità di produrre direzione, anche di governo.

Sto descrivendo una dinamica che mi pare propria, connaturale della stessa democrazia. Ma dal momento che la dinamica democratica ha come proprio oggetto il rapporto tra potere e popolo, ovviamente l’individuazione degli elementi strutturali di questo rapporto nella fase attuale non sono indifferenti.

Non si può non partire dunque, dal colossale spossessamento di potere a vantaggio delle lobby economiche. Uno spossessamento che non è qui il caso di analizzare ma che trova conferme oggettive. La concentrazione di ricchezza è innegabile. E Goldman Sachs (per dire un nome…) non è l’impero del male, ma il suo peso politico superiore a quello di partiti e governi costituisce un problema.

Il nodo della democrazia economica e sociale è dunque il presupposto strutturale della vera democrazia politica e mi pare la questione da porre al centro della dinamica educante tra confronto e direzione che ne costituisce l’essenza.

Un’utopia? Certo!

Ma la democrazia è un’utopia: un non-luogo a cui si tende e che non si raggiunge mai. Non uno schema che si propaganda soddisfatti a copertura delle storture e delle ingiustizie del nostro mondo.

 

Paolo Piacenza

2 COMMENTI

RISPONDI