Lezioni di stile

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Agli albori della Repubblica. La campagna elettorale del 1948

Come è finita, lo sappiamo. Il Pd ha conquistato solo per un soffio la Camera e ha strappato un’inutile maggioranza relativa al Senato. Ma soprattutto ha perso più di 3,5 milioni di voti rispetto al 2008, l’anno della sconfitta del progetto di Veltroni.

La sconfitta ha radici profonde nel “male” del Pd, un male che arriva da lontano e che si è incistato negli anni. È un misto di elitismo, autoreferenzialità e presunzione aggravato dalla tendenza ereditata dal Pci a mal tollerare il confronto interno.

Perciò chi dice che con Renzi sarebbe stato tutto diverso ha ragione solo in parte. Anche Matteo Renzi si sarebbe trovato e si troverà in futuro in grande difficoltà, se il Partito democratico non prende coscienza di dover cambiare radicalmente il proprio “stile politico” per essere davvero se stesso. La stessa proposta di Renzi va chiaramente in questa direzione.

Non si può essere un partito democratico se l’apertura delle primarie diventa un rituale di autoconferma. E comunque le primarie non bastano. Non si tratta di lasciare spazio alle storiche divisioni del centrosinistra, alla logica delle componenti e delle rappresentanze che ormai incapaci di rendere attuali e vive le tradizioni di riferimento (socialcomunista, cattolico-democratica, liberaldemocratica e azionista) si sono spartite dal 2007 gli spazi di gestione del partito e ora sopravvivono solo in funzione dell’autoconservazione. Si tratta invece di fare del Pd un movimento aperto, capace di farsi attraversare dalle urgenze della società per poter consentire a tutti i cittadini che si riconoscono nelle sue idealità di contribuire a formularne la proposta politica.

La difficoltà a entrare in sintonia con gli italiani, infatti, non è solo il frutto di una cattiva comunicazione. Semmai, all’inverso, la cattiva comunicazione del centrosinistra è figlia di una mancanza di sintonia con il Paese e in particolare con le sue componenti popolari. E senza questa comprensione e poi senza il dialogo con il Paese diventare il partito di maggioranza non è possibile.

È un problema antico, già messo in evidenza dal ventennio di dominio (culturale, prima ancora che politico) belusconiano e leghista. Ora, con più incisività e interesse per contenuti e modalità, anche da Beppe Grillo.

Da sempre Berlusconi sa cogliere i sentimenti più immediati degli italiani, poi li blandisce e li inganna. Denaro e potere fanno il resto.

Grillo e il M5S hanno invece intercettato la voglia di cambiamento, l’hanno cavalcata con un po’ di populismo, d’accordo, ma anche puntando su un’idea convincente, al di là di come venga propagandata: “solo voi cittadini potete cambiare le cose”. Anche le primarie Pd hanno sempre funzionato perché vengono percepite come un momento di partecipazione.

Il grillismo è andato oltre. Ha di fatto puntato sull’identificazione tra eletti ed elettori per uscire dalle secche del “tanto i politici sono tutti uguali”. Beppe Grillo è stato bravissimo nel dosare in piazza, tra la gente, occhi negli occhi, questa mix rivoluzionario e partecipativo. È stato estremista il giusto: una rivoluzione drammaturgica (l’arte del grande uomo di spettacolo…), in grado di raccogliere gli umori di chi non sarebbe andato a votare, unita alla forza attrattiva di un gruppo di candidati “normali”, cosi normali da permettere all’elettore irato di identificarsi. E infatti i dati dicono che il 70% di coloro che hanno deciso di votare negli ultimi 15 giorni ha scelto il M5S.

I democratici hanno dunque molto da imparare dal M5S. Prima di tutto c’è da riconoscere che il tema renziano della rottamazione indicava proprio la necessità di rompere con l’autoreferenzialità di una dirigenza costruita negli anni con logiche interne, bizantine e idiote, mescolando l’inciucio centrista con la stolida disciplina da centralismo democratico. La casta esiste, eccome. Contro Renzi si è difesa con i mezzi a sua disposizione (l’organizzazione) e ha fatto pagare all’intero progetto democratico il fio della sua supponente presunzione.

Ma dal MoVimento c’é da imparare anche la capacità di restituire centralità alla partecipazione, all’impegno gratuito, alla disponibilità alla politica come servizio. Secondo alcuni si tratta di idealità cavalcate strumentalmente da Grillo, che resta il dominus incontrastato della sua creatura. Lo scopriremo presto, ma lo vedranno anche gli stessi attivisti e gli italiani tutti. Tuttavia questa anima “sincera” del M5S esiste, al di là della incerta competenza dei 163 nuovi eletti grillini. Il Pd dovrebbe rispettarla, farsene contaminare in modo intelligente, per poi sfidare il MoVimento 5 Stelle sul suo stesso terreno.

 

Dossettiano

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