La sfida della sanità: da dove (ri)partire.

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La sfida della sanità: da dove (ri)partire.

Con le “anticipate” elezioni regionali anche in Piemonte la sanità ritorna alla ribalta per la possibilità di avviare un nuovo corso, andando oltre una gestione politica che anche in questa regione, come in tante altre, ha portato negli ultimi anni alcuni scandali, di pari passo con una affannata e problematica gestione amministrativa e progettuale, tenendo conto che la sanità assorbe gran parte del bilancio regionale. Se possiamo contare tante realtà positive e anche eccellenze dal punto di vista della qualità delle cure offerte, l’organizzazione dei servizi e delle prestazioni è in grave difficoltà (a rischio default) ed alla ricerca di un nuovo equilibrio e maggiore sostenibilità economica (ma non solo). Un sistema sanitario efficiente è garanzia di equità sociale e non si deve dimenticare che assistenza e cure carenti, parziali o meno accessibili sono fonte di emarginazione, disagio sociale, diseguaglianze per i cittadini (art.32 della Costituzione).

Quali i nodi critici? Tanti e di diversa natura, a partire dalla spesa sanitaria da ristrutturare
in base alle esigenze di una popolazione mutata in modo significativo (a partire dall’allungamento dell’età della vita, dalla vecchiaia prolungata, dalla maggiore sopravvivenza di patologie una volta letali anche in giovane età). Si tratta di operare scelte di spesa pubblica più adeguate: in Italia la % di spesa sanitaria pubblica rispetto al totale di spesa pubblica è del 14,7% e la spesa sanitaria, pubblica e privata sommate insieme, corrisponde al 9,5% del PIL, dati entrambi più bassi, ed in modo significativo, rispetto agli stessi dati di Francia, UK, Germania, USA.

Tale spesa va incrementata e allo stesso controllata attraverso una organizzazione delle strutture sanitarie, a partire dagli ospedali maggiori fino ai servizi più locali, in un piano complessivo e non frammentato, concertato anche con i Comuni ed enti locali di area vasta, perché il paziente è unico e deve essere assistito in ogni fase del suo problema di salute (acuta, sub-acuta, cronica).

Si tratta di ridistribuire competenze, considerando le nuove esigenze e anche nuove tipologie di figure sanitarie, considerando soprattutto il territorio, la medicina di Comunità e l’assistenza domiciliare, non ancora adeguatamente sviluppata in Italia pur essendo forse il Paese più longevo del mondo! Si tratta di operare tagli contro sprechi e inefficienza, ma allo stesso tempo sviluppare strutture nuove, anche piccole o specializzate, senza la paura del privato, compreso il Terzo Settore, che può investire e creare occupazione e soddisfare le esigenze dei cittadini (fornendo più servizi e in tempi ridotti rispetto alla struttura pubblica, con costi concorrenziali, accessibili a molti).

Sono in ballo tre categorie su tutte perché si imbocchi una strada virtuosa per una ristrutturazione necessaria del sistema.

La classe medica, a partire dalle Università (Facoltà di Medicina) e dagli Ordini, che da una parte deve essere messa nelle migliori condizioni per operare, cercando essa stessa di essere più protagonista di scelte importanti legate alla qualità del lavoro prestato (troppo spesso trascurate in nome di interessi particolari e non generali), dall’altra deve curare la formazione continua non solo in termini di aggiornamento tecnico o scientifico, ma imparando e privilegiando un esercizio della professione sobrio, appropriato, giusto, rispettoso (“fare di più non significa fare meglio” è il messaggio della nuova Slow Medicine).
La classe politica che va selezionata perché capace di condurre in modo indipendente la gestione del sistema, di controllare e non rendersi connivente di affari illeciti. Che sappia eliminare le nomine di Direttori generali e Dirigenti medici legate a logiche partitiche, di carriera e riconoscimento invece di cercare il merito e la competenza. Che sappia guidare con coraggio i processi, creare concertazioni efficaci tra vari soggetti che debbono interagire (forzando le resistenze di categorie professionali), proponga visioni, promuova campagne di salute essenziali e controlli i fattori di salute legati alla qualità dell’ambiente (prevenzione).
Gli imprenditori e industriali, infine, perché la salute è la terza industria del nostro Paese e va promossa come occasione di lavoro e di ricerca nel campo per lo sviluppo, ma le attività vanno indirizzate nell’interesse non esclusivo del profitto, verso la salute dei cittadini rispetto ai bisogni reali e non puramente indotti, perché si spendono milioni di euro per terapie farmacologiche, esami diagnostici, procedure interventistiche o chirurgiche non necessarie.

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