INBICIINCONTROMANO??

Par possibile che in un futuro, e parlando delle zone centrali in primis, ma magari poi delle zone simbolo aggregative di ogni quartiere, borgo, paese, non si possa tornare a riprogettare lo spazio?

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cartello di divieto d'accesso ad eccezione delle bici

Per una nuova viabilità sociale

È di qualche tempo fa il rilancio della proposta –stramba- di “aprire” alle biciclette in senso contrario in alcune vie cittadine.

Benché io, pur preso da un percettibile fremito di orgoglio ciclista, sia critico per molti versi -quelli in contromano in particolare- l’argomento mi da lo spunto per fare un po’ di ordine tra le idee della cosiddetta mobilità sostenibile. Molto cosiddetta, per ora così così.

I bambini giocano nelle strade!

Ricordate gli anni ’70 e ’80? Il refrain sulla pericolosità dello stare in strada ci è stato –giustamente!- trasmesso da mamme, nonne, zie, parenti di ogni grado: in strada passano le macchine, le macchine vanno veloci, è pericoloso! Benedetti siano gli oratori, dove si può giocare alla palla in sicurezza, maledetti i regolamenti condominiali che vietano l’uso dei cortili e i bambini devono giocare in strada… etc.

Bene, e se oggi venisse il momento di tornare nelle strade? Sia chiaro che non mi riferisco ai cortei “ritrovorenovepiazzalbarello”, né al gioco della palla in particolare (chiedere ai giardini Cavour in proposito): mi riferisco piuttosto alla suggestione che creano quelle vecchie foto in b/n in cui si vedono degli –apparentemente- enormi spazi vuoti e lisci, pochissimi rari tram, con qua e là degli sparuti gruppi di persone o solitari uomini baffuti con cappello e bastone. Nello spazio sterico. Fluttuanti. Ci sono solo loro, la strada è loro. Non c’è alcun pericolo in agguato, nessun tamarro sgasante, centauro in impennata, bus prepotente.

Ragazzi di strada

La strada è delle persone. La strada è delle persone?

La strada –davvero- può tornare, essere riconsegnata, dalle auto alle persone?

Prendiamo i marciapiedi. Nelle foto di cui sopra non ci sono, per il semplice motivo che non ce n’è bisogno. I marciapiedi sono a tutti gli effetti, ed anche così detti, dei “salvagente”: ti salvano cioè dall’essere falciato inesorabilmente dal futurismo meccanizzato delle auto. Sì, perché la strada è delle auto; la strada è il mezzo necessario per andare da A a B, facendolo possibilmente il più veloce possibile e quando ne ho bisogno. Senza polemica: ad oggi è così. Anzi, la presa di coscienza della necessità di una azione di difesa dell’utenza “debole” della strada, ha prodotto e produrrà sempre più idee e altrettanti malumori nell’utenza che, con tutta evidenza, si considera quella maggiormente titolata a calcare il suolo stradale: le auto.

Nasi e paletti

Ricordate la crociata anti-SUV? Il SUV ha incarnato lo stereotipo del guidatore maleducato, prepotente e strafottente, che viaggia veloce alla conquista della giungla. Urbana, of course. Urban jungle.

E spesso lo era per davvero, vista la propensione del mezzo a ruote alte a inerpicarsi sui marciapiedi, le strisce pedonali, i passi carrai. Ma i SUV non lo facevano mica da soli. Prova ne sia che, al fine di dimostrare la non-inferiorità di altri mezzi, arditi proprietari di utilitarie hanno voluto far di peggio. Per dire: il problema è nella testa.

Ecco che allora solerti amministrazioni comunali, consce della gravità dei comportamenti, del degrado conseguente dello spazio sociale, nonché della insopportabile limitazione al movimento dei poveri pedoni, decisero di piantare dei paletti. Non metaforici, intendo: paletti proprio, fisici e turgidi. Ne misero a migliaia, dappertutto, a dimostrare un impegno preciso, a far venir meno anche solo l’idea di poter disporre a proprio piacimento di uno spazio comune. Ne misero così tanti che il paletto nero, con sopra lo stemma della città, assunse esso stesso al rango di simbolo. Era Amsterdam…

La certezza della pena

Poi scatenarono i civich. Non si poteva girare un angolo senza vederne una pattuglia. In auto. In moto tipo Chips, in bici, addirittura a cavallo. Ed era sufficiente che una sola ruota spuntasse fuori da una linea di parcheggio tracciata a terra per essere inesorabilmente multati. Il terrore. La corsa al parcometro, la rinuncia alla contestazione. Anzi, la rinuncia all’auto.

Era Zurigo…

Riprogettare lo spazio

Par possibile che in un futuro, e parlando delle zone centrali in primis, ma magari poi delle zone simbolo aggregative di ogni quartiere, borgo, paese, non si possa tornare a far “piazza pulita”? Lo spazio senza marciapiedi, perché senza pericoli, la strada come luogo di incontro (Scendo in strada, chè c’è Tizio!), come elemento di vita che rallenta invece di transitare. Boh, un po’ è bello pensarlo, è la scommessa delle zone pedonali, delle “zone 30”. Lo capiranno mai quelli dell’ASCOM?? Non si sa, ma quello che è certo è che bisogna ripartire da un punto fermo, quello più basso: i deboli. Riprogettare lo spazio urbano è anche e soprattutto fare in modo che le strade siano agibili alle carrozzine, ai passeggini, ai bambini, agli anziani, ai ciclisti. Anche ai fetenti del contromano (Dài, capo: era solo un isolato!!).

 

Paolo Picco

 

Immagine tratta da www.bikeminded.org

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