Il risveglio

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Il risveglio

Il risultato della sentenza di Cassazione nel processo Mediaset agli italiani interessa fino a un certo punto. Basterebbe questa banale constatazione a rendere necessario un atto di resipiscenza da parte della dirigenza del Partito democratico. E invece l’aver partecipato “al gioco”, l’essersi proposti per vent’anni come l’Alternativa, appende il Pd all’esito delle vicende giudiziarie di Berlusconi. Oggi il Pd è dunque oggetto di una furiosa battaglia tra bande, non nel nome di una prospettiva, ma in nome della funzione assunta dal partito: proteggere una classe, tutelarla in una dinamica percepita come immodificabile.

Eppure le cose non stanno così. E si potrebbe, a volerlo, coltivare un certo ottimismo. Perché mai come in questa occasione la politica ha l’opportunità di tornare a un ruolo più attivo, coraggioso e proiettato sul futuro del Paese. Nei limiti della situazione data, ovvio. Ma anche oltre quegli stessi limiti, perché questo è il mandato della politica: immaginare, poi progettare, poi costruire. Oggi, se si fosse coscienti di questa basilare vocazione, il congresso democratico potrebbe davvero essere l’occasione per fare una proposta per l’Italia e per l’Europa.

Invece, la tessera cruciale del puzzle resta un governo tanto necessario quanto temporaneo. L’esecutivo Letta sta facendo emergere i limiti umani e politici di una classe dirigente, allevata alla prospettiva del potere da conquistare negli spazi lasciati dal Grande Avversario. Ora che la controparte è costretta dai fatti a una ristrutturazione generale, tanti dirigenti del Pd, mancata per inadeguatezza politica l’opportunità di guidare la trasformazione, si adattano a una convivenza, o masticano amaro. Ma comunque vogliono controllare la scialuppa del partito per poterci saltare su all’occorrenza, per poter salvare il salvabile in attesa di un nuovo schema win win: io vinco anche se perdo.

Come quello del 2001: dopo il fallimento del governo D’Alema, di fronte al ritorno dell’ondata berlusconiana, la classe politica dell’Ulivo si impegnò nella battaglia per la composizione delle liste dell’Ulivo in nome dei “posti sicuri”, presentendo la sconfitta. Nel 2013 è successo lo stesso, a parti invertite: i posti per governo e sottogoverno erano già stati opzionati. Era l’occasione da tanti attesa: tornare al potere, all’ombra di un leader, Pierluigi Bersani, non ingombrante.

Poi il voto, la debacle parlamentare sul Quirinale, Napolitano. E quindi Letta, in convivenza con “gli altri”. Dunque teniamoci Letta, mandiamo giù il boccone e aspettiamo. Ma la barca del partito deve essere sempre sotto controllo.

In verità credo che questo atteggiamento sia, per alcuni dei protagonisti, inconscio. O quantomeno non voluto esplicitamente. Il cardine di questo atteggiamento è l’idea del partito come fine e non come mezzo. Perché il partito siamo noi. E se muore il partito è finito tutto perché siamo finiti noi.

Per molti di coloro che hanno subito l’amputazione dell’ideologia (un trauma in fondo atteso, preparato, e per questo non sufficientemente catartico) l’organizzazione e il partito sono rimasti l’unica chiave di senso. Una pedagogia funzionale, coltivata per decenni nel Pci, ha reso possibile questo esito patologico. Molti popolari si sono adattati, fin troppo bene. Anzi meglio, direi.

Ora un nuovo trauma renderebbe, in teoria, possibile il risveglio. Matteo Renzi ha tanti limiti, ma questo ha di buono: la sua ambizione di vincere è profonda, sana per molti versi. Non si accontenta dei mezzi risultati. Lui direbbe che vuole vincere la Champions League. A traumatizzare il Pd per risvegliarlo, ci ha provato e ci sta provando. Ma ancora non basta.

Il congresso può essere l’occasione? Difficile, ma perché non provarci?

Però allora il congresso dovrebbe essere una cosa seria. Con un dibattito vero sulla prospettiva di senso da offrire al Paese, all’Italia e all’Europa. Una prospettiva di senso, che renda possibile il confronto sulla fase politica e quindi, a suo tempo, sul programma.

Matteo Renzi e i renziani seri dovrebbero esserne consapevoli, senza essere ossessionati dalla durata del governo. Se l’esecutivo Letta è un esecutivo di necessità deve durare quanto dura la necessità. Ma la prospettiva non è la necessità. E il Pd dovrebbe guardare alla prospettiva. È vero, il materiale umano è quello che é. Ma la vita e la storia offrono occasioni per crescere, cambiare e tornare alle radici di una ipotesi finora solo sulla carta: un partito di centrosinistra capace di dare gambe e offrire testa alla democrazia italiana e – soprattutto – alla democrazia europea. Che oggi è il terreno su cui giocare.

Paolo Piacenza

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