Cultura precaria

3
2112
La biblioteca civica Italo Calvino (By Michele Vacchiano (Biblioteche civiche torinesi) [CC-BY-SA-2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], via Wikimedia Commons)

Mi chiamo Laura, ho 38 anni e ho la residenza a Torino, ma ci sto davvero poco a Torino. Ora vi racconto un po’ della vita di un precario della cultura nella nostra Regione (e siamo in tanti).

Mi sono laureata nel 2001: ho immediatamente trovato lavoro come bibliotecaria (catalogatrice di materiale librario e non), nel contempo mi sono specializzata e continuo a formarmi. Son sempre stata precaria e probabilmente sempre lo sarò: i pochi concorsi sono su misura (è inutile nascondersi dietro all’ipocrisia: io conosco il nome del vincitore prima delle prove; peraltro non è ingiusto che una persona che lavora per un ente per anni come precaria venga stabilizzata, ma allora risparmiamo denaro pubblico e non facciamo il concorso).

Ho sempre lavorato tantissimo e guadagnato poco, ma nonostante questo sono andata ad abitare da sola.

Lavorare tantissimo vuol dire superare ogni settimana le 50 ore lavorative, e a volte le 60, e non avere più tempo per sé. E con contratti che durano al massimo un anno, che spesso non sono legali: collaboro attraverso cooperative presso gli enti pubblici (con le biblioteche civiche di Torino dal 2004 al 2012: ci sono stati momenti in cui lavoravo in civica con 4 diverse cooperative e forse sarebbe il tempo di domandarsi se l’esternalizzazione avviata fin dal 1993 con la legge Ronchey sia economica in tutti i casi), oppure direttamente presso gli enti privati.

Dal 2009 al 2012 ho vissuto per due settimane al mese a Bologna per un appalto il cui committente ultimo era il Comune di Torino: l’amministrazione risparmiava, io vivevo in un istituto di suore, dove non potevo uscire e passavo le mie serate a leggere, studiare, preparare lezioni, insomma a lavorare. Ma posso e devo ringraziare perché tutto sommato stavo bene e pagavo poco, certo perché un precario non ha la trasferta pagata!

Per il resto va bene quando lavoro. A Bologna, dopo tre anni mi hanno lasciata a casa perché non potevano assumermi a tempo indeterminato: c’era la crisi.

Attualmente lavoro a Cuneo, per il sistema bibliotecario cuneese (almeno fino a fine 2013 per 20 ore settimanali): questo vuol dire sveglia alle 5,30, treno alle 7, rientro a casa, quando il treno non è in ritardo, e non succede mai, intorno alle 20. E soprattutto ho un contratto regolare, ma gli enti locali non comprano libri, quindi sono costantemente in debito di ore con la cooperativa (certo perché il rischio di impresa è mio, che ci rimetto le mie ferie, non più del datore di lavoro).

Per alcuni lavori capita che mi paghino a circa 730 giorni (son due anni!). Certo, ma io mangio tutti i giorni e non solo a Natale degli anni dispari. Per altri le ditte son fallite e mi è ancora costato rivolgermi a un avvocato che tutelasse i miei diritti.

Ho in media uno stipendio mensile inferiore ai 1000 euro (sempre quando va bene) e il mutuo supera i 420 euro.

Da gennaio sto guadagnando 510 euro al mese. E da marzo dello scorso anno ho iniziato a fare interviste per conto dell’ufficio statistica del comune, quelle commissionate dall’Istat. Ho visto i primi soldi dopo 10 mesi, il 30 gennaio. Il Comune di Torino, visto che fare il bonifico (obbligatorio per la tracciabilità dei pagamenti), facilita il ricevente su un netto di 196 euro ha pensato bene di aggiungere una commissione di 2,58 euro per il bonifico stesso grazie a una convenzione del comune stesso con la mia banca: io pago le commissioni. Ma io non ho firmato la convenzione!

Spesso i precari non hanno la mutua e le ferie pagate. E allora lavoriamo sempre quando possiamo, anche il sabato e le ferie le facciamo se è necessario.

Ogni giorno mi chiedo: ne vale la pena? Il mio lavoro mi piace, ma quanto potrò reggere? La regione, la provincia e il comune continuano a non investire denaro per le biblioteche e più in generale per i servizi culturali. La provincia per tre anni ha finanziato un corso per bibliotecari, lì son stata formatrice: la società di formazione è fallita: ora ho tanti colleghi in più e io non sono stata pagata per quel lavoro.

Siamo in tanti in questa situazione a Torino, ma in città, e anche a Roma, sembrano svegliarsi solo per la Fiat… E no! Mi dispiace: sono laureata, specializzata e guadagno meno di un operaio. Tutto ciò è ingiusto…(Non credo un operaio dovrebbe guadagnare meno e nemmeno non credo di peccare di superbia perché penso a questo: una società che non garantisce la sua forza lavoro è una società che ha fallito). Anzi, come un operaio in linea lavoro a cottimo.

Avevo tante aspettative per la riforma del lavoro, ma anche queste sono andate presto deluse. Io non sono più giovane. Eppure ho esperienza, ma serve a qualcosa? Almeno teoricamente costo di più, praticamente costo quanto un inesperto.

I responsabili delle cooperative per cui lavoro (che in realtà si chiamano cooperative o cooperative sociali perché così possono applicare contratti meno equi, pagare meno tasse e ottenere la quota socio dal lavoratore per fare cassa), che son vere e proprie aziende, mi chiedono se accetto la collaborazione occasionale anziché il Co.co.Pro perché così guadagno di più (e spesso sono l’unica a rifiutare), mi chiedono di posticipare il versamento dello stipendio perché l’ente pubblico non li ha pagati, mi dicono dopo tre anni che non possono rinnovarmi il contratto perché io sono un costo e che tanto c’è poco lavoro e poi mi richiamano un anno dopo e ri-iniziamo con il tempo determinato con il contratto multiservizi del contratto nazionale. E spesso mi dicono: tanto tu in qualche modo ti salvi sempre. Io però mando curricula ogni giorno e spesso non ci dormo la notte perché son preoccupata.

Se considero la situazione dal punto di vista dei Comuni per cui lavoro mi faccio qualche domanda: comprano libri, ma poi non hanno i mezzi per metterli a disposizione dell’utenza, oppure non li comprano affatto i libri. Io penso che le biblioteche sono e debbano essere un servizio pubblico. In questo tempo di crisi in cui la gente ha sempre meno soldi ovviamente cerca di andare in biblioteca, ma ci sono biblioteche che non comprano libri da oltre 8 mesi.

Ora basta lamentarsi e parlare, dire che si capisce la situazione: ora bisogna fare qualcosa!! E allora è arrivata, finalmente, la riforma del lavoro, mi tengo informata, la leggo e NON ci trovo grandi possibilità di cambiamento. Io continuerò a lavorare a cottimo (perché anche quando ho un contratto a tempo determinato mi è richiesta la lavorazione di oltre 10 libri l’ora), con i contratti a progetto, tanto a volte tra un appalto e l’altro passano anche sei mesi. Ma gli appalti pubblici son vinti sempre con ribassi più elevati e aumenta la tassazione sui lavori a progetto che tradotta praticamente significa uno stipendio più basso per il lavoratore e nessuno va a controllare se il ribasso è accettabile, più alto è il ribasso, più l’ente pubblico risparmia. Nel caso in cui avevo un rapporto diretto con l’ente mi è stato detto “dottoressa, noi con la nuova riforma non possiamo assumerla e pertanto non le rinnoviamo il contratto”. Io credo che prima di fare una riforma di questo tipo sia indispensabile avere delle regole certe, che oggi in Italia non ci sono e quando ci sono si fa di tutto per aggirarle. Nessuno controlla i ribassi degli appalti: l’ultimo appalto presso le biblioteche civiche di Torino è stato vinto con un ribasso del 51%. Sentirsi proporre dal ministero contratti illegali mi ha messo l’angoscia, eppure è successo: ma a chi posso denunciare questa cosa? Io sarò ingenua ma penso che lo Stato debba essere il primo a rispettare le regole.

Io non mi sento fortunata, anche se faccio un lavoro che mi piace e che ho scelto, non voglio neanche fare la vittima e continuo a darmi da fare, ma sono stanca. Il rischio di impresa ormai è passato al lavoratore e questo non è giusto e una minoranza sempre più esigua rispetta le regole.

Io non voglio essere compatita, da nessuno: non ho bisogno di questo. Ho bisogno di certezze e di un lavoro: io non voglio sussidi, io voglio lavorare e di lavoro nelle biblioteche ce n’è tanto da fare ogni giorno.

Penso sia davvero arrivato il tempo di cambiare, ma vedo che ancora l’Italia non è pronta: se si parla di cultura si parla solo di teatri, cinema e talvolta sport. Si parla di grandi siti. Io penso, e ogni giorno ne son più convinta, che cultura sia anche tutto ciò che porta a un benessere maggiore, un benessere non solo economico, che va evidentemente coltivato. Grazie alle ultime riforme non so quale sapere si potrà trasmettere. Nelle biblioteche non esiste quasi più ed esisterà sempre meno il senso della trasmissione del sapere, perché le generazioni non si incontrano. Si fa formazione, ma non c’è un progetto dietro alla formazione perché coloro che in Piemonte son già stati formati lavorano in altre Regioni (sembra quasi non ci sia lavoro, invece è vero il contrario!) e l’unico business sono i soldi che arrivano dai finanziamenti europei per la formazione (e i casi Ial, Csea e poi De Tomaso mi pare possano essere utili a comprendere quanto debba essere riformata la formazione professionale e post scolastica).

Vi ho raccontato la mia storia, ma potevo raccontare quella di Cinzia (“dottoressa lei è fortunata perché suo marito la mantiene”), di Andrea (“basta mi sono stufato, ho deciso di cercare lavoro altrove”), di Alessandro (“non c’era più spazio per me: vado a fare il commerciale”), di Maria (“ora lavoro a Piacenza, domani a Milano”), di Serena (“continuo a lavorare, ma da ottobre non mi pagano”). E di molti altri.

Laura Massaia

3 COMMENTI

RISPONDI