Come se venisse a mancare… la tua stessa casa.

Vedere scomparire nel mar Mediterraneo i sogni, le speranze e le vite di migliaia di persone è un’immagine che ci perseguiterà nei prossimi anni. Ad ogni arrivo della bella stagione non ci preoccupiamo più solamente dell’afa e di come far fronte alle zanzare (diventate intanto sempre più moleste). Ci preoccupiamo di come evitare che il nostro mare non diventi la tomba di altre vite innocenti.

Di fronte alla morte di vite innocenti tutti (chi più, chi meno) siamo inorriditi e sinceramente dispiaciuti, ma la prospettiva cambia quando queste vengono tratte in salvo.

Non voglio mettermi ad affrontare lo spinoso e complesso tema della gestione dei profughi, nemmeno quello della loro permanenza prolungata sul nostro territorio, ma vorrei mettere un tassello in più sul muro delle nostre coscienze.

Vorrei evitare che un giudizio affrettato porti a pensare che profughi disperati si trasformino in incalliti criminali nel momento stesso della loro messa in salvo. È un po’ quello che succede alle uova che cambiano di stato al momento dell’acquisto… ma questa è tutta un’altra storia.

Vorrei  riflettere, e portare anche voi a riflettere, su come queste persone possano vivere il viaggio: non verso le nostre coste, ma dalla disperazione verso la speranza. Di come noi ingiustamente li trattiamo: o con troppa violenza o con troppo buonismo.

Ogni uomo è… una parte del tutto

Chi decide di lasciare le proprie terre non lo fa quasi mai con entusiasmo!

Significa lasciare i propri amici, spesso i propri parenti, il proprio villaggio o città… la propria casa. Non c’è nulla di più traumatico dell’abbandonare la propria casa perché in essa risiedono gli affetti più profondi, ma le situazioni contingenti siano esse povertà (di quella che uccide), guerre o carestie costringono spesso al viaggio e quindi a quest’abbandono.

Non è un arrivederci. È un addio. Un “per sempre”.

Che il viaggio vada a buon termine oppure no, il saluto è definitivo. Perché chi parte sa che diverrà “senza patria” e “senza terra”, che dovrà combattere per costruire la propria nuova casa, senza più la possibilità di tornare in quella in cui si è cresciuti.

La campana… suona per te

Tante storie di Italiani sono già state così. Troppe direi.

Sono partiti e la povertà spesso non ha più permesso loro di tornare alle proprie case. Ora questo dolore tocca ad altri, perché ad altri toccano carestie, guerre e povertà (non di quella povertà che non ti permette di comprare lo smartphone appena uscito o la casa di proprietà, ma quella che ti uccide).

Dobbiamo ricordare quello che ci è toccato come popolo, e prima che a noi è toccato ad altri popoli.
Quando uno di questi nostri fratelli più sfortunati incrocerà il nostro cammino non dovremo regalargli niente: semplicemente dovremo aiutarlo ad affrontare le difficoltà con la giusta dignità di uomo e di persona, di straniero in terra straniera.

Come dovremmo comportarci? Come faremmo con qualsiasi altra persona non straniera, nostra amica, come faremmo con noi stessi.

 

Alfredo Magiur Cibrario 

 

Photo by Gisella Klein

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